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Diossina: il caso dell'Ilva di Taranto e non solo. Ecco perchè fa male e cosa si rischia

Diossina: una sostanza chimica tristemente salita alle cronache negli ultimi anni a causa della scia dei morti che si è lasciata dietro in quel di Taranto. L’Ilva, la storica acciaieria pugliese, è finita sulle prime pagine dei giornali e nelle aule dei tribunali. Il binomio lavoro – morte si è fatto spazio tra i fascicoli delle perizie. Operai ammalati di tumori e leucemie, animali abbattuti perché pascolavano nell’area industriale. A farne le spese però non è solo il quartiere Tamburo ma un’intera regione portata alla scelta tra lavoro e salute. Ma qual è la situazione reale? Cos'è la diossina e quali effetti ha provocato?

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Che cos’è la Diossina e perché fa male?

Quando si parla di Diossina si fa riferimento, chimicamente parlando al TCDD (tetracloro-dibenzo-diossina), una sostanza altamente cancerogena. Se si è esposti a concentrazioni opportune di diossina si corre un livello elevato di sviluppare linfomi, tumori a fegato, mammella e tiroide, endometriosi, diabete e danni ai sistemi riproduttivo e immunitario. Si tratta di una sostanza liposubile che nell’uomo si concentra maggiormente nel tessuto adiposo. Pare che per smaltire solo la metà della dose accumulata di diossina servano fino a 10 anni. La diossina è volatile e può quindi essere trasportata dal vento. Può contaminare le falde acquifere e intossicare animali e uomo. Al rischio diossina, quindi, sono esposti anche gli alimenti soprattutto quelli più grassi (latticini e pesce azzurro ad esempio). Delle alte concentrazioni di diossina si sviluppano soprattutto nelle industrie che ricorrono a processi di combustione (inceneritori di rifiuti, fonderie) e dove c’è un massiccio uso del riscaldamento. Su tutte, si ricorda il caso tutt’ora in corsa dell’acciaieria Ilva di Taranto.

L’Ilva di Taranto

Il caso scoppia nei primi anni del 2000. Secondo molte fonti di informazione nel 2005 l’Ilva produceva addirittura il 93% delle emissioni globali di tutta Italia. A causa della legge italiana, per certi aspetti definita “permissiva”, l’Ilva è stata a lungo considerata nella norma. A finire sotto inchiesta sono le polveri rilasciate dagli impianti soprattutto dai camini (le nubi rossastre durante l’espulsione di gas, il cosiddetto fenomeno dello slopping). Nel 2012 viene firmato un Protocollo di intesa per interventi urgenti di bonifica, ambientalizzazione e riqualificazione di Taranto. Nell’Aprile del 2013 viene proposto un referendum ai cittadini in merito alla chiusura dell’Ilva ma il quorum non viene raggiunto. Il 30 ottobre 2013 sono stati notificati avvisi di chiusura dell'indagine preliminare a 53 persone tra politici, funzionari, imprenditori e dirigenti.

Il caso del lavoratore di Brindisi

Il tribunale di Lecce ha riconosciuto a un lavoratore dell’Ilva ammalato di cancro e invalido per il 30% una rendita per danno biologico corrispondente al 30% di invalidità permanente. Le sostanze tossiche tra cui la diossina a cui il lavoratore è stato esposto hanno avuto un ruolo concausale nell'insorgenza e nella cronicizzazione della patologia denunciata. La Corte di Cassazione ha inoltre riconosciuto alla vedova di un lavoratore morto a causa di un cancro la rendita per il decesso legandola alle emissioni inquinanti.

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