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Ecco perché i medici scelgono di morire in maniera diversa

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La morte è un destino comune e ineluttabile. Lo sappiamo bene ma i medici, forse, lo sanno ancora meglio. Essere esperti del settore, infatti, fa guardare con occhi diversi alcune situazioni. Così, quando la malattia incombe, se i comuni pazienti preferiscono affidarsi alle cure sperando di allungare il tempo, molto spesso i dottori scelgono di non sottoporsi ad alcun trattamento e di lasciarsi portare via. Questo non vuol dire che non abbiano altrettanta voglia di vivere. Anzi.

Per deformazione professionale, però, sanno benissimo a cosa si va incontro. Nonostante la ricerca abbia fatto passi da gigante rispetto al passato, le terapie troppo invasive, fino all’accanimento terapeutico, non rientrano nell’idea che un medico si costruisce della “dignità”. Perché ci vuole dignità per vivere ma anche per morire. E allora scelgono la qualità invece della quantità: scelgono di trascorrere gli ultimi mesi o giorni a casa, in famiglia, piuttosto che in un ospedale ad aspettare il momento da soli.

Anche i medici muoiono, ma non lo fanno come le altre persone. Non ricevono più cure di altri. Quando tocca a loro, tendono ad affrontare il momento con serenità. Sanno esattamente cosa sta per succedere, sanno quali scelte hanno a disposizione. Di norma possono accedere a tutte le cure mediche che desiderano, ma preferiscono non farlo”. Sono le parole di Ken Murray, medico statunitense, che ha voluto condividere la sua testimonianza. Parla di accettazione della morte e di accanimento terapeutico.

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Anni fa Charlie, uno stimato ortopedico nonché mio mentore, scoprì di avere un nodulo allo stomaco. Si fece visitare da un chirurgo e gli fu diagnosticato un tumore al pancreas. Il chirurgo era uno dei migliori degli Stati Uniti: per quel tipo di tumore aveva inventato una nuova cura, capace di triplicare (dal 5 al 15%) le probabilità che un paziente sopravvivesse per altri cinque anni, sia pure con un peggioramento della qualità della vita. Charlie, 68 anni, non era interessato. Il giorno dopo tornò a casa, chiuse il suo studio e non rimise più piede in ospedale. Voleva solo passare il tempo con la famiglia e stare il meglio possibile. Dopo pochi mesi morì a casa sua, senza mai essersi sottoposto a cicli di chemioterapia o a interventi chirurgici”.

Murray si sofferma soprattutto sull’accanimento terapeutico e racconta di come tantissimi medici portino addosso un medaglione con la scritta “no code” (nessun codice); c’è chi, addirittura, se lo fa tatuare. Uno studio rivela che il 90% dei medici chiede espressamente di non essere sottoposto, eventualmente, a rianimazione cardiopolmonare, a fronte del 25% delle persone comuni.

I medici - continua Murray - conoscono le conseguenze dell’accanimento terapeutico. Tutti più o meno possono trovare un modo di morire in pace a casa e oggi è più facile gestire il dolore. Le case di cura che assistono i malati terminali cercano di offrire ai pazienti agio e dignità invece di terapie inutili, dando più senso ai loro ultimi giorni di vita.[…] Se c’è una regola aurea dell’assistenza della fine della vita è: morire con dignità”. Per quanto mi riguarda ho già provveduto a comunicare le mie volontà al mio medico. È stato facile, come per la maggior parte dei medici. Non ci saranno eroismi, mi consegnerò docilmente alla mia buona notte.

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