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Smarthand, la mano bionica che riattiva il tatto

Robin af Ekenstam è il primo ragazzo ad avere la Smarthand, la mano artificiale ideata da un team europeo di svedesi dell’università di Lund e italiani della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa (oltre che irlandesi, danesi e israeliani). Il giovane svedese aveva perso la mano per un tumore e grazie alla ricerca, compiuta in vari campi tecnologici, combinata con la neuroscienza ha potuto riacquisire la sensibilità tattile.

La Smarthand non solo riesce a simulare i movimenti di una vera mano, ma dà la sensazione, a chi la usa, di toccare e sentire. Questo grazie a 4 motori elettrici e 40 sensori, che vengono attivati se premuti contro un oggetto. Questi sensori stimolano i nervi del braccio ad attivare una parte del cervello che permette ai pazienti di sentire la consistenza degli oggetti.

Robin ha dichiarato: “È incredibile, quando afferro un oggetto duro riesco a sentirlo sulla punta delle dita, ed è strano visto che le dita non le ho più. Riesco anche a controllare molto meglio il mio movimento, visto che percepisco meglio quello che sto facendo”.

A spiegare nel dettaglio il meccanismo è stato Christian Cipriani, ingegnere dell’Arts Lab di Pisa, guidato dalla professoressa Maria Chiara Carrozza: “Noi del Sant’Anna abbiamo sviluppato la mano robotica, un sistema in grado di afferrare gli oggetti e allo stesso tempo con un elevato numero di sensori, che rilevano la posizione delle dita (detta propriocezione) e misurano le interazioni con il mondo esterno. Quello che è cambiato rispetto alle mani robotiche inventate finora, è l’interfaccia sensoriale. Abbiamo, cioè applicato al moncone dei micromotori primordiali che, ad esempio, appena la mano artificiale tocca una bottiglia, spingono a livello superficiale su alcuni punti dell’arto cosiddetto “fantasma” e inviano così al cervello la sensazione del tatto”.

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